Avevo intenzione di farmi del male e prendere un Iphone 4. Ho già un Iphone ma il nuovo fa più figura poggiato sulla scrivania (a cosa pensate serva un Iphone?), dunque entro in un Negozio 3 (avevo letto di una offerta in abbonamento che mi permetteva di avere il mio giocattolo a costo zero, sottoscrivendo un certo piano).
- Buongiorno
- Buongiorno, prego
- Avevo letto dell'offerta blablabla... e volevo prendere un Iphone 4
- Certo, abbiamo il 32 Mb
- Nono, non mi serve, volevo il 16 Mb, non c'è?
- Certamente, ma è in offerta con un Nokia
- Come?
- Se vuole l'Iphone 16 Mb dovrà sottoscrivere un piano triennale per questo, ma anche prendere un Nokia e anche per quello sottoscrivere un impegno di ricarica per tot mesi che...
- ...ma io non ho bisogno di due telefoni
- Mi spiace ma è questa l'offerta. Comunque è molto vantaggiosa
- Beh, non per me, avendo bisogno di un solo telefono. E poi perchè quest'accoppiata Apple-Nokia?
- E' una promozione particolare che...
- ...vi aiuterà a ripulire i magazzini dai ferri vecchi, ho capito. Comunque no, grazie. Quando posso avere solo il mio Iphone con il mio piano (che tra l'altro pubblicizzate ampiamente dappertutto)?
- Provi la settimana prossima
Sono passate tre settimane e sto ancora cercando di capire quanto prossima sarà quella settimana.
Le strategie di marketing delle aziende telco sono quanto di più aggressivo, rapido, devastante si possa incontrare nella giungla delle vendite. E questo soprattutto per la rapida obsolescenza della tecnologia.
Questo però porta spesso errori strategici: in tre settimane io potrò anche girarmi le scatole e passare alla concorrenza, se mi offre il telefono che voglio senza essere costretto a prendere in aggiunta altri telefoni, forni a microonde o mountain bike con cambio Shimano.
La pianificazione delle scorte è vitale in questi casi.
Ed il cliente non deve scontare scelte errate del reparto acquisti.
E ora, vediamo che mi offre Vodafone.
mercoledì 17 novembre 2010
martedì 26 ottobre 2010
La voce del padrone
Oggi mi ha telefonato Google!! Sìssì, proprio così. Il signor Google ha alzato la cornetta e ha fatto proprio il mio numero. O meglio il numero della Nexus.
Devo ricordarmi di dargli l’interno. Hai visto mai….
O meglio, era la signora Google, perché la voce era sicuramente femminile.
Gianluca al centralino, con un accento come di chi ha sentito per la prima volta la voce di Nostro Signore in diretta, mi dice “Nazario, c’è Google. Vuoi parlarci?”
Scusate, ma se a voi dicono “C’è il sommo in linea” voi cosa fate?
Dite “Che palle! Fallo aspettare un po’ che è la terza volta che mi chiede un consiglio su come salvare il mondo”?
Oppure prima di svenire vi fate passare la chiamata?
Io ho optato per la seconda opzione.
“Buongiorno sig. De Mori, qui è Google” e qui è partito un tuono in sottofondo.
“Buongiorno”
“Volevo sapere se aveva ricevuto il nostro buono per utilizzare Adwords”
Devo ricordarmi di dargli l’interno. Hai visto mai….
O meglio, era la signora Google, perché la voce era sicuramente femminile.
Gianluca al centralino, con un accento come di chi ha sentito per la prima volta la voce di Nostro Signore in diretta, mi dice “Nazario, c’è Google. Vuoi parlarci?”
Scusate, ma se a voi dicono “C’è il sommo in linea” voi cosa fate?
Dite “Che palle! Fallo aspettare un po’ che è la terza volta che mi chiede un consiglio su come salvare il mondo”?
Oppure prima di svenire vi fate passare la chiamata?
Io ho optato per la seconda opzione.
“Buongiorno sig. De Mori, qui è Google” e qui è partito un tuono in sottofondo.
“Buongiorno”
“Volevo sapere se aveva ricevuto il nostro buono per utilizzare Adwords”
Ahhhhh, è una marchetta
“Si, ma sa com’e’. Il lavoro… il tempo. Insomma non l’ho ancora utilizzato”
“Ma se vuole possiamo far partire la campagna adesso, insieme. Se ha un po’ di tempo potremmo appianare tutti gli ostacoli.”
“Facciamo martedì prossimo allora, se è possibile, che ora come ora ho un po’ da fare”
E facciamolo aspettare ‘sto sig. Google, visto che non vuole un consiglio su come acquistare Facebook o su come implementare ulteriormente Android
“Non c’e’ problema, il mondo lo possiamo salvare la settimana prossima. Oh mi scusi, mi ero distratta. L’account lo possiamo aprire la settimana prossima”.
Bene, non fa un po’ strano a voi che Google, come strumento marketing, utilizzi il telefono, dico
“Si, ma sa com’e’. Il lavoro… il tempo. Insomma non l’ho ancora utilizzato”
“Ma se vuole possiamo far partire la campagna adesso, insieme. Se ha un po’ di tempo potremmo appianare tutti gli ostacoli.”
“Facciamo martedì prossimo allora, se è possibile, che ora come ora ho un po’ da fare”
E facciamolo aspettare ‘sto sig. Google, visto che non vuole un consiglio su come acquistare Facebook o su come implementare ulteriormente Android
“Non c’e’ problema, il mondo lo possiamo salvare la settimana prossima. Oh mi scusi, mi ero distratta. L’account lo possiamo aprire la settimana prossima”.
Bene, non fa un po’ strano a voi che Google, come strumento marketing, utilizzi il telefono, dico
I L T E L E F O N O.
Quella cosa antiquata, con un’appendice a forma di corna piena di germi.
Io mi aspettavo che, per fare marketing in prima persona, Sua Magnificenza utilizzasse almeno un transponder unito ad un teletrasportatore collegato al ponte ologrammi.
(Si, da piccolo ho visto StarTrek. Poi con mio nipote bambino ho visto StartTrek. Adesso ho i bambini piccoli, per cui continuo a vedere StarTrek)
Ma, se Google utilizza il telefono, perché vuole farmi utilizzare AdWords, Ad Sense….e tutti quegli altri fantastici strumenti su Internet.
E' un po' come se Marchionne usasse una Volkswagen. Prodotta in italia.
E infatti, cos'è quest'odore di bruciato?
Adesso basta con gli scherzi ed analizziamo la vicenda da un punto di vista marketing.
Google sa benissimo che una campagna marketing non si fa con un mezzo solo. Prima di tutto ha sparso la notizia sul web.
Quindi ha inviato una mail (che ha fatto, io ho il buono per testare AdWords).
Poi visto che non ho partecipato alla campagna di testing, ha telefonato per invitarmi ad utilizzare il coupon.
Quella cosa antiquata, con un’appendice a forma di corna piena di germi.
Io mi aspettavo che, per fare marketing in prima persona, Sua Magnificenza utilizzasse almeno un transponder unito ad un teletrasportatore collegato al ponte ologrammi.
(Si, da piccolo ho visto StarTrek. Poi con mio nipote bambino ho visto StartTrek. Adesso ho i bambini piccoli, per cui continuo a vedere StarTrek)
Ma, se Google utilizza il telefono, perché vuole farmi utilizzare AdWords, Ad Sense….e tutti quegli altri fantastici strumenti su Internet.
E' un po' come se Marchionne usasse una Volkswagen. Prodotta in italia.
E infatti, cos'è quest'odore di bruciato?
Adesso basta con gli scherzi ed analizziamo la vicenda da un punto di vista marketing.
Google sa benissimo che una campagna marketing non si fa con un mezzo solo. Prima di tutto ha sparso la notizia sul web.
Quindi ha inviato una mail (che ha fatto, io ho il buono per testare AdWords).
Poi visto che non ho partecipato alla campagna di testing, ha telefonato per invitarmi ad utilizzare il coupon.
Chissà cosa succede se martedì non mi faccio trovare.
Sicari, Macchina rigata?
Sicari, Macchina rigata?
venerdì 15 ottobre 2010
Coerenza

Parlavo con un'amica, ieri sera, in chat. Si commentava Santoro, Annozero. Capita spesso di attuare questa forma di comunicazione crossmediale: tv, Internet, cellulare.
[i nati successivamente al 1980 ignorino questa parte]
Sono lontani i tempi del "è venerdi, c'è Portobello". E il giorno dopo a parlare tutti solo del fatto che neppure quella volta il pappagallo avesse parlato.
[fine parte per gli anziani]
L'interazione oggi abbraccia luoghi e tempi (e mezzi) con una facilità sconosciuta anche solo pochi anni fa. Arriva anche la Google tv, a breve, capace di fondere definitivamente (così pare ma questi proclami li ricordo da una quindicina d'anni almeno) televisione ed Internet.
E cosa mi dice la mia amica?
- Ah, una novità: non posso leggere il tuo blog dal lavoro
- Come mai?
- Il filtro aziendale lo blocca: lo segnala come "sesso".
- "Sesso"?
- Già.
- Ma se parla di comunicazione e aziende!
- Ma usi spesso metafore... l'altra volta quella cosa della savana, della concorrenza tra leoni, maschi dominanti...
- Embè?!
- Embè questo ha fatto scattare il sistema.
- Ma è ridicolo! Fallo presente al tuo capo.
- Già fatto. Dice che lo può risolvere solo il tecnico.
- E fatelo risolvere al tecnico!
- E' in mobilità.
- Oh Signur! E non c'è nessuno che sappia metterci le mani?
- Ci sarebbe quel ragazzino nuovo... è bravo con i computer, ma non conosce le password.
- Una telefonata al tecnico?
- E' in Africa.
- In Africa.
- Sì. Servizio fotografico.
- Magari sui leoni.
- Già.
Insomma, questa ragazza, che si occupa di comunicazione come me, ora è costretta ad aggirare questi filtri. Per entrare sul mio blog. Per non parlare di Facebook.
A volte la lungimiranza delle aziende è pari alla capacità di trarre profitto da nuovi canali, opportunità, relazioni.
[La strip Dilbert qui sopra l'ho scaricata tramite il mio portatile e connessione personale: il filtro aziendale mi bloccava tutto ciò che considera "svago". L'ho fatto presente al mio capo e ha detto "ovvio!"]
giovedì 30 settembre 2010
Ma si doveva proprio chiamarlo "Facebook Luoghi?"
E' attivo da poco anche in Italia Facebook Places. Praticamente si potrà sapere dove si trovano i nostri amici. E dir loro dove ci troviamo.
Possiamo ad esempio scoprire se un amico è presente nello stesso ristorante in cui ci troviamo.
Zuckerberg afferma di aver concepito Places per aiutare a condividere la propria posizione con i propri amici, vedere dove si trovano contatti e conoscenti, scoprire nuovi luoghi.
Con questo servizio, Facebook prova a sottrarre risorse al suo concorrente già presente da tempo in rete: Foursquare.
Diesel per esempio ha già utilizzato Foursquare per promuovere il suo negozio a New York presso tutti gli utenti attivi nel raggio di tre isolati. Nel centro di Londra c'è stata una sorta di caccia al tesoro organizzata da Jimmy Choos, che mirava a promuovere la sua collezione di scarpe.
Sono solo un paio di esempi di ciò che si può fare con la geolocalizzazione.
Per un'azienda può servire anche per avere traccia delle persone che si sono fermate, per esempio, in quel dato negozio o attività.
Ho appena provato Facebook places, registrando la mia posizione. Mi ha chiesto se mi trovassi vicino ad una attività già presente in un elenco compilato sulla base delle indicazioni di altre persone oppure se volessi registrare un nuovo luogo. Ovviamente ho inserito qualcosa di nuovo: la mia azienda. Così, chi si troverà a passare da queste parti e userà lo stesso servizio vedrà che ci siamo anche noi.
"Esserci" è la parola d'ordine. "Cosa farcene" non si sa ancora molto bene ma questo verrà.
Le perplessità restano sempre sulla privacy: se so che sei qui so anche che non sei di là.
E questo, a parte mariti gelosi e mogli fedifraghe (o viceversa) può interessare anche i malintenzionati, chi ha deciso di fare una visita al mio appartamento mentre sono - e si sa con certezza - a migliaia di km di distanza. Così, mentre aggiorno allegramente il mio stato su Facebook da un'isola del Pacifico, altrettanto allegri scassinatori potranno contare sulle sedici ore di volo che ci separano.
Il futuro è segnato? Questo lo vedremo. Di certo ora è geotaggato.
Possiamo ad esempio scoprire se un amico è presente nello stesso ristorante in cui ci troviamo.
Zuckerberg afferma di aver concepito Places per aiutare a condividere la propria posizione con i propri amici, vedere dove si trovano contatti e conoscenti, scoprire nuovi luoghi.
Con questo servizio, Facebook prova a sottrarre risorse al suo concorrente già presente da tempo in rete: Foursquare.
Diesel per esempio ha già utilizzato Foursquare per promuovere il suo negozio a New York presso tutti gli utenti attivi nel raggio di tre isolati. Nel centro di Londra c'è stata una sorta di caccia al tesoro organizzata da Jimmy Choos, che mirava a promuovere la sua collezione di scarpe.
Sono solo un paio di esempi di ciò che si può fare con la geolocalizzazione.
Per un'azienda può servire anche per avere traccia delle persone che si sono fermate, per esempio, in quel dato negozio o attività.
Ho appena provato Facebook places, registrando la mia posizione. Mi ha chiesto se mi trovassi vicino ad una attività già presente in un elenco compilato sulla base delle indicazioni di altre persone oppure se volessi registrare un nuovo luogo. Ovviamente ho inserito qualcosa di nuovo: la mia azienda. Così, chi si troverà a passare da queste parti e userà lo stesso servizio vedrà che ci siamo anche noi.
"Esserci" è la parola d'ordine. "Cosa farcene" non si sa ancora molto bene ma questo verrà.
Le perplessità restano sempre sulla privacy: se so che sei qui so anche che non sei di là.
E questo, a parte mariti gelosi e mogli fedifraghe (o viceversa) può interessare anche i malintenzionati, chi ha deciso di fare una visita al mio appartamento mentre sono - e si sa con certezza - a migliaia di km di distanza. Così, mentre aggiorno allegramente il mio stato su Facebook da un'isola del Pacifico, altrettanto allegri scassinatori potranno contare sulle sedici ore di volo che ci separano.
Il futuro è segnato? Questo lo vedremo. Di certo ora è geotaggato.
martedì 31 agosto 2010
Giganti in ginocchio
Tra le cose dell'ufficio, in mezzo ad una pila di carte delle quali non se ne salva una, è saltata fuori una videocassetta (sì, le carte erano davvero tante per mimetizzare un vhs, ne devo parlare con la donna delle pulizie. Sarà la prima cosa che farò non appena ne prenderemo una).
Era un film: "Impiegati... male!", una commediola del '99. Ricordo la vedemmo in ufficio, insieme, in occasione di non so cosa. E qua è rimasta.
Ora, il punto non è la pila di carte, la videocassetta di Blockbuster mai rivendicata o il motivo per cui vedemmo un film in ufficio (anche se ci sarebbe da riflettere su tutte queste cose).
Di cosa voglio parlare? Del fallimento di Blockbuster, recentemente annunciato.
E' fallito un sistema, non un'azienda.
Il sistema che prevede l'oggetto fisico al centro dello scambio.
Uscire di casa, trovare parcheggio, scegliere il film, non trovarlo perchè qualcuno già l'ha preso, ripiegare su un secondo, tornare a casa, trovare parcheggio (si vede che ho problemi di parcheggio?), sperare che la custodia contenga il film giusto (controllarlo prima no, eh?), restituire il film il giorno dopo. Che era la cosa peggiore di tutte.
Oggi il film me lo portano a casa. Perchè non è il supporto che mi interessa ma il suo contenuto digitale. Non è il DVD che sto pagando, ma Bruce Willis. Non era il vhs che mi interessava ma sapere chi fosse l'assassino.
La digitalizzazione dei contenuti ha portato anche uno spostamento di fuoco sull'oggetto della transazione ed una presa di coscienza sul reale oggetto dello scambio commerciale.
Società come Apple, Netflix, Hulu, vendono bit. Acquisto un film su Sky anche con una telefonata. Niente problemi di parcheggio. Oggi piove anche, tra l'altro.
L'incapacità di riorganizzazione aziendale di Blockbuster è diventata fenomeno studiato nelle facoltà di economia. Un colosso dai piedi d'argilla, crollato sotto i colpi di un presente che veniva considerato ancora lontano "futuro" e che li ha fagocitati in pochissimi anni.
Nessun dirigente probabilmente possedeva un telefonino: avrebbe capito che un film è possibile vederselo anche là sopra. Piccolo, certo.
Nessuno si rendeva conto che, come lo scomparto floppy, anche quello per il CD/DVD andava scomparendo, in primis dai portatili.
Nessuno ragionava in termini di flusso dati ma solo di flussi di cassa.
Che si sono arrestati.
Quella di Blockbuster è una grande lezione di organizzazione aziendale e importanza di gestire il cambiamento. In questo caso cambiamenti esogeni devono corrispondere a cambiamenti strutturali, anche radicali. La risposta alle mutate esigenze deve essere fornita prima che le stesse inizino a farsi pressanti, altrimenti sarà già troppo tardi.
Chi può considerarsi davvero responsabile per quel fallimento? Certamente il gruppo dirigente, la squadra che avrebbe dovuto cogliere un'opportunità e non vanamente rinforzare una struttura ormai logora.
Sono questi ad aver affondato una corazzata come Blockbuster.
E forse anche un po' noi. Noi in ufficio, dico. Che ci siamo tenuti quella cassetta.
Era un film: "Impiegati... male!", una commediola del '99. Ricordo la vedemmo in ufficio, insieme, in occasione di non so cosa. E qua è rimasta.
Ora, il punto non è la pila di carte, la videocassetta di Blockbuster mai rivendicata o il motivo per cui vedemmo un film in ufficio (anche se ci sarebbe da riflettere su tutte queste cose).
Di cosa voglio parlare? Del fallimento di Blockbuster, recentemente annunciato.
E' fallito un sistema, non un'azienda.
Il sistema che prevede l'oggetto fisico al centro dello scambio.
Uscire di casa, trovare parcheggio, scegliere il film, non trovarlo perchè qualcuno già l'ha preso, ripiegare su un secondo, tornare a casa, trovare parcheggio (si vede che ho problemi di parcheggio?), sperare che la custodia contenga il film giusto (controllarlo prima no, eh?), restituire il film il giorno dopo. Che era la cosa peggiore di tutte.
Oggi il film me lo portano a casa. Perchè non è il supporto che mi interessa ma il suo contenuto digitale. Non è il DVD che sto pagando, ma Bruce Willis. Non era il vhs che mi interessava ma sapere chi fosse l'assassino.
La digitalizzazione dei contenuti ha portato anche uno spostamento di fuoco sull'oggetto della transazione ed una presa di coscienza sul reale oggetto dello scambio commerciale.
Società come Apple, Netflix, Hulu, vendono bit. Acquisto un film su Sky anche con una telefonata. Niente problemi di parcheggio. Oggi piove anche, tra l'altro.
L'incapacità di riorganizzazione aziendale di Blockbuster è diventata fenomeno studiato nelle facoltà di economia. Un colosso dai piedi d'argilla, crollato sotto i colpi di un presente che veniva considerato ancora lontano "futuro" e che li ha fagocitati in pochissimi anni.
Nessun dirigente probabilmente possedeva un telefonino: avrebbe capito che un film è possibile vederselo anche là sopra. Piccolo, certo.
Nessuno si rendeva conto che, come lo scomparto floppy, anche quello per il CD/DVD andava scomparendo, in primis dai portatili.
Nessuno ragionava in termini di flusso dati ma solo di flussi di cassa.
Che si sono arrestati.
Quella di Blockbuster è una grande lezione di organizzazione aziendale e importanza di gestire il cambiamento. In questo caso cambiamenti esogeni devono corrispondere a cambiamenti strutturali, anche radicali. La risposta alle mutate esigenze deve essere fornita prima che le stesse inizino a farsi pressanti, altrimenti sarà già troppo tardi.
Chi può considerarsi davvero responsabile per quel fallimento? Certamente il gruppo dirigente, la squadra che avrebbe dovuto cogliere un'opportunità e non vanamente rinforzare una struttura ormai logora.
Sono questi ad aver affondato una corazzata come Blockbuster.
E forse anche un po' noi. Noi in ufficio, dico. Che ci siamo tenuti quella cassetta.
martedì 24 agosto 2010
Armiamoci e partite
Negli ultimi 5 anni siamo stati soggetti a molti cambiamenti. Alcuni di questi hanno avuto un grande impatto sul nostro modo di vivere, altri sembravano svolte epocali e si sono risolti poi in bolle di sapone.
E molti di noi hanno avuto a che fare con consulenti che parlavano in modo strano prospettandoci un futuro radioso.
Abbiamo abbastanza esperienza per capire quali sono le cose veramente importanti e quali le cose che sono solo fumo.
Allora facciamo un gioco: proviamo a confutare le balzane idee che vanno di moda oggi , e quali sono le risposte che potremmo dare noi, dal “basso” della nostra esperienza.
Le organizzazioni sono senza capi, senza attriti, autogestite e senza differenze di grado.
Quasi tutti abbiamo un capo e delle mansioni
Il nuovo modo di fare affari e’ basato “sull’organizzazione virtuale”, le gerarchie sono roba del passato.
Le organizzazioni sono senza capi, senza attriti, autogestite e senza differenze di grado. Quasi tutti siamo dentro gerarchie più o meno chiare, (anche se oggi vi sono forse meno gradi rispetto a qualche anno fa).
Per far fronte ai tempi, nulla di meglio che creatività, “genio e sregolatezzza”.
Nella schiacciante maggioranza, noi non siamo «creativi» anche se ogni tanto qualcosa di intelligente riusciamo a dirlo.. . e a rimboccarci le maniche per fare ciò che va fatto davvero.
in un mondo in cui “il Web è tutto, tutto cambia”
Quasi nessuno di noi si è visto capovolto il proprio mondo dalla rete, anche se il Web ha avuto un impatto innegabile. (Oggi comunichiamo con l'imbianchino in auto, grazie al BlackBerry, eppure lui arriva lo stesso con cinque ore di ritardo.)
Ah, la nostra capacità di essere collegati con chiunque, sempre e ovunque ...
Certo, usiamo l'e-mail, ma chiunque abbi un minimo di sale in zucca continua ancora a gestire le cose spostandosi di persona.
Addetti alla pianificazione strategica e amministratori delegati sono disperatamente in cerca del “grande piano di business”.
Quasi nessuno passa le sue giornate a fare piani grandiosi. Non l'ha mai fatto e non lo farà mai.
Pensare al di là dei propri orizzonti. è ovvio ...
Quasi tutti siamo assillati dalle cose da fare all'interno dei nostri orizzonti (ci sono gia abbastanza problemi, come clienti furibondi e così via).
I cambiamenti sistemici sono complessi.
Quasi tutti crediamo, e occupiamo il nostro tempo, in rapide sperimentazioni poco costose, cogliamo i frutti sui rami più bassi, cercando di far fronte ai grandi cambiamenti come possiamo.
Bisogna imporre termini come «modelli aziendali», “espandibile”, «gestione strategica del talento», «gestione della retention del cliente*, paradigma di gestione delle informazioni».
Tutti o quasi cerchiamo di usare il linguaggio di ogni giorno, parliamo di “fare soldi” (e non di “business model”), di “questo cliente deve crescere” (piuttosto che “ espandibile”), di «muovere il culo per far felice il cliente e per non farselo scappare” (e non di “politica di retention della clientela”), di “condividere
le cose alla svelta, invece di tenersele per sé”* (e non di “mettere in atto un paradigma di gestione delle informazioni”).
Nella nostra attività, che è basata sul cliente, I'accoppiata vincente è: miglior database + algoritmo piu’ sexy.
Quasi tutti dedichiamo il nostro tempo a banali rapporti con clienti, fornitori, personaggi di spicco a livello locale, eccetera.
Abilità nel marketing!
Vendite! Vendite! Vendite!
Acquisizioni e fusioni devono essere finalizzate a espandere raggiod’azione, penetrazione di mercato e quote di mercato a costo zero,riducendo cosi’ i rischi grazie a un più ampio portafoglio clienti e neutralizzando («togliendosi di mezzo») la concorrenza.
Giocare con ciò che si ha in mano, lavorare come bestie per rafforzarlo e lottare per la sopravvivenza crescendo, consegnando roba che funziona e lavorando molto, molto ma molto bene.
«Gioco nuovo, regole (totalmente) nuove”, “strumenti digestione” mai visti prima, tali da «cambiare tutto”.
Stiamo quasi tutti imparando cose nuove, ma questa non è una rivoluzione copernicana: continuiamo a sgobbare come muli (e a tempo pieno) «solo» perché «le cose vengano fatte», per migliorare le relazioni, per trovare le persone giuste e per tenercele, mostrando apprezzamento e rispetto, e per creare nuove opportunità che permettano di andare avanti.
L'intelligenza diabolica e’ la chiave del successo.
Sappiamo benissimo che la politica che paga è battere e ribattere e ancora battere sempre sulle solite cose essenziali.
«Costruito per durare.»
Ma se quasi tutti ci facciamo un mazzo così per sopravvivere fino a venerdì facendo pure contenti i clienti... ! E se dura, c'è da ringraziare il Signore!
La “demografia che cambia”, il “il nuovo mondo della Generazione X”, tanti segmenti di mercato diversi quanti sono i clienti.
(magari!) Il nostro cliente tipo (nell'85% dei casi) è donna.
Trovate la squadra giusta (tante, ma tante donne in più nelle posizioni chiave) e avanti tutta. E, per far soldi, bisogna comunque puntare di più sui maschi di mezz'età (sono quelli che hanno i soldi) e di meno sugli sbarbatelli, sui pivelli che dettano le mode ma che sono comunque squattrinati
La grande azienda rappresenta una realtà strategica, importante, di prim'ordine e determinante per interi comparti
Eppure quasi nessuno, nel 2010, lavora più in Grandi Aziende: lavoriamo quasi tutti in piccole e medie imprese, le PMI (o in piccoli enti pubblici).
Anche se lavoriamo in grandi aziende o grandi enti, la nostra ottica non va molto al di là del reparto in cui siamo in organico, magari una ventina di addetti.
(Quanto alle PMI, la Germania ha conquistato la palma di esportatore n. 1 del pianeta davanti alla Cina proprio grazie alla sua tipica piccola e media azienda altamente specializzata e all'avanguardia, la Mittelstand.)
Ah, i Settori di punta!
Quasi nessuno lavora in settori «di punta», facciamo quasi tutti robe del tutto normali
Siete d’accordo? Io penso di si. Ed e’ per questo che con NSM stiamo creando una rete di soggetti che possa affrontare il mercato senza falsi miti e deboli speranze. Confrontandosi con il mondo reale e non quello fumoso di certi soggetti. Con la giusta conoscenza e con forza adeguata a vincere le sfide che dovremo affrontare sul nostro cammino
(Da una idea di Tom Peters: “Le piccole grandi cose”)
E molti di noi hanno avuto a che fare con consulenti che parlavano in modo strano prospettandoci un futuro radioso.
Abbiamo abbastanza esperienza per capire quali sono le cose veramente importanti e quali le cose che sono solo fumo.
Allora facciamo un gioco: proviamo a confutare le balzane idee che vanno di moda oggi , e quali sono le risposte che potremmo dare noi, dal “basso” della nostra esperienza.
Le organizzazioni sono senza capi, senza attriti, autogestite e senza differenze di grado.
Quasi tutti abbiamo un capo e delle mansioni
Il nuovo modo di fare affari e’ basato “sull’organizzazione virtuale”, le gerarchie sono roba del passato.
Le organizzazioni sono senza capi, senza attriti, autogestite e senza differenze di grado. Quasi tutti siamo dentro gerarchie più o meno chiare, (anche se oggi vi sono forse meno gradi rispetto a qualche anno fa).
Per far fronte ai tempi, nulla di meglio che creatività, “genio e sregolatezzza”.
Nella schiacciante maggioranza, noi non siamo «creativi» anche se ogni tanto qualcosa di intelligente riusciamo a dirlo.. . e a rimboccarci le maniche per fare ciò che va fatto davvero.
in un mondo in cui “il Web è tutto, tutto cambia”
Quasi nessuno di noi si è visto capovolto il proprio mondo dalla rete, anche se il Web ha avuto un impatto innegabile. (Oggi comunichiamo con l'imbianchino in auto, grazie al BlackBerry, eppure lui arriva lo stesso con cinque ore di ritardo.)
Ah, la nostra capacità di essere collegati con chiunque, sempre e ovunque ...
Certo, usiamo l'e-mail, ma chiunque abbi un minimo di sale in zucca continua ancora a gestire le cose spostandosi di persona.
Addetti alla pianificazione strategica e amministratori delegati sono disperatamente in cerca del “grande piano di business”.
Quasi nessuno passa le sue giornate a fare piani grandiosi. Non l'ha mai fatto e non lo farà mai.
Pensare al di là dei propri orizzonti. è ovvio ...
Quasi tutti siamo assillati dalle cose da fare all'interno dei nostri orizzonti (ci sono gia abbastanza problemi, come clienti furibondi e così via).
I cambiamenti sistemici sono complessi.
Quasi tutti crediamo, e occupiamo il nostro tempo, in rapide sperimentazioni poco costose, cogliamo i frutti sui rami più bassi, cercando di far fronte ai grandi cambiamenti come possiamo.
Bisogna imporre termini come «modelli aziendali», “espandibile”, «gestione strategica del talento», «gestione della retention del cliente*, paradigma di gestione delle informazioni».
Tutti o quasi cerchiamo di usare il linguaggio di ogni giorno, parliamo di “fare soldi” (e non di “business model”), di “questo cliente deve crescere” (piuttosto che “ espandibile”), di «muovere il culo per far felice il cliente e per non farselo scappare” (e non di “politica di retention della clientela”), di “condividere
le cose alla svelta, invece di tenersele per sé”* (e non di “mettere in atto un paradigma di gestione delle informazioni”).
Nella nostra attività, che è basata sul cliente, I'accoppiata vincente è: miglior database + algoritmo piu’ sexy.
Quasi tutti dedichiamo il nostro tempo a banali rapporti con clienti, fornitori, personaggi di spicco a livello locale, eccetera.
Abilità nel marketing!
Vendite! Vendite! Vendite!
Acquisizioni e fusioni devono essere finalizzate a espandere raggiod’azione, penetrazione di mercato e quote di mercato a costo zero,riducendo cosi’ i rischi grazie a un più ampio portafoglio clienti e neutralizzando («togliendosi di mezzo») la concorrenza.
Giocare con ciò che si ha in mano, lavorare come bestie per rafforzarlo e lottare per la sopravvivenza crescendo, consegnando roba che funziona e lavorando molto, molto ma molto bene.
«Gioco nuovo, regole (totalmente) nuove”, “strumenti digestione” mai visti prima, tali da «cambiare tutto”.
Stiamo quasi tutti imparando cose nuove, ma questa non è una rivoluzione copernicana: continuiamo a sgobbare come muli (e a tempo pieno) «solo» perché «le cose vengano fatte», per migliorare le relazioni, per trovare le persone giuste e per tenercele, mostrando apprezzamento e rispetto, e per creare nuove opportunità che permettano di andare avanti.
L'intelligenza diabolica e’ la chiave del successo.
Sappiamo benissimo che la politica che paga è battere e ribattere e ancora battere sempre sulle solite cose essenziali.
«Costruito per durare.»
Ma se quasi tutti ci facciamo un mazzo così per sopravvivere fino a venerdì facendo pure contenti i clienti... ! E se dura, c'è da ringraziare il Signore!
La “demografia che cambia”, il “il nuovo mondo della Generazione X”, tanti segmenti di mercato diversi quanti sono i clienti.
(magari!) Il nostro cliente tipo (nell'85% dei casi) è donna.
Trovate la squadra giusta (tante, ma tante donne in più nelle posizioni chiave) e avanti tutta. E, per far soldi, bisogna comunque puntare di più sui maschi di mezz'età (sono quelli che hanno i soldi) e di meno sugli sbarbatelli, sui pivelli che dettano le mode ma che sono comunque squattrinati
La grande azienda rappresenta una realtà strategica, importante, di prim'ordine e determinante per interi comparti
Eppure quasi nessuno, nel 2010, lavora più in Grandi Aziende: lavoriamo quasi tutti in piccole e medie imprese, le PMI (o in piccoli enti pubblici).
Anche se lavoriamo in grandi aziende o grandi enti, la nostra ottica non va molto al di là del reparto in cui siamo in organico, magari una ventina di addetti.
(Quanto alle PMI, la Germania ha conquistato la palma di esportatore n. 1 del pianeta davanti alla Cina proprio grazie alla sua tipica piccola e media azienda altamente specializzata e all'avanguardia, la Mittelstand.)
Ah, i Settori di punta!
Quasi nessuno lavora in settori «di punta», facciamo quasi tutti robe del tutto normali
Siete d’accordo? Io penso di si. Ed e’ per questo che con NSM stiamo creando una rete di soggetti che possa affrontare il mercato senza falsi miti e deboli speranze. Confrontandosi con il mondo reale e non quello fumoso di certi soggetti. Con la giusta conoscenza e con forza adeguata a vincere le sfide che dovremo affrontare sul nostro cammino
(Da una idea di Tom Peters: “Le piccole grandi cose”)
lunedì 16 agosto 2010
Le 7 virtu' cardinali del venditore
Già note ai filosofi antichi, in particolare a Platone, le virtù cardinali, denominate anche virtù umane principali, riguardano essenzialmente l'uomo e costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene.
Tranquilli, non voglio farvi catechismo...
Volevo solo introdurre un piccolo spunto di riflessione:
possiamo elencare 7 qualita' che un buon commerciale deve avere?
Sette qualita' che possiamo definire cardinali, in quanto cardine dell'attivita' commerciale?
Secondo me si e sono queste:
1) Pazienza: il successo si ottiene in genere un passo alla volta.
2) Impegno: e' solo attraverso l'impegno per i clienti che si e' in grado di impegnarsi in loro favore.
3) Entusiasmo: l'entusiasmo per la propria azienda, il proprio prodotto, i clienti e la vita riescono ad essere una calamita per il successo.
4) Crescita: se non si è in crescita come individuo e come professionista, si sta lentamente declinando e morendo.
5) Coraggio: Se non si e' disposti a fallire, non si raggiungono grandi risultati. Ciò richiede coraggio di perseverare anche di fronte a delle difficolta' enormi.
6) Onestà: i clienti sanno quando non si e' onesti con loro, o anche con se stessi.
7) Flessibilità: la vita è cambiamento, e niente rimane sempre lo stesso. Non si puo' avere successo nelle vendite se non ci si adatta a circostanze impreviste.
Siete d'accordo?
Togliereste qualche cosa o aggiungereste qualcos'altro?
Pensateci su
Tranquilli, non voglio farvi catechismo...
Volevo solo introdurre un piccolo spunto di riflessione:
possiamo elencare 7 qualita' che un buon commerciale deve avere?
Sette qualita' che possiamo definire cardinali, in quanto cardine dell'attivita' commerciale?
Secondo me si e sono queste:
1) Pazienza: il successo si ottiene in genere un passo alla volta.
2) Impegno: e' solo attraverso l'impegno per i clienti che si e' in grado di impegnarsi in loro favore.
3) Entusiasmo: l'entusiasmo per la propria azienda, il proprio prodotto, i clienti e la vita riescono ad essere una calamita per il successo.
4) Crescita: se non si è in crescita come individuo e come professionista, si sta lentamente declinando e morendo.
5) Coraggio: Se non si e' disposti a fallire, non si raggiungono grandi risultati. Ciò richiede coraggio di perseverare anche di fronte a delle difficolta' enormi.
6) Onestà: i clienti sanno quando non si e' onesti con loro, o anche con se stessi.
7) Flessibilità: la vita è cambiamento, e niente rimane sempre lo stesso. Non si puo' avere successo nelle vendite se non ci si adatta a circostanze impreviste.
Siete d'accordo?
Togliereste qualche cosa o aggiungereste qualcos'altro?
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